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Il gioco dei significati


Il vero e unico modo per essere fedeli ai nostri maestri è quello di tradirli; non c'è altro modo per renderli vivi. Perché o li si tradisce e li si trasforma, o li si rende per rigore filologico, morti ritratti di un tempo che fu.

Modo che non tiene conto di cosa sia il pensiero, come delle sue operazioni.

In sostanza, non esiste una verità che non sia tradimento.

Il credere che la verità di un testo sia quella che riluce dal collocarlo nel proprio tempo, è pura illusione. Può essere interessante cercare di capire i motivi per cui un testo è nato, e da quali suggestioni ed esigenze, ma da filosofo-pensatore, non posso che vedere in questo, unicamente un primo passo, seppur importantissimo, verso la rinascita di un testo in pensiero. Fermarsi al senso storico di un'opera, vuol dire condannarla a morte, perché il filosofo, e in generale chi scrive "in grande", non si rivolge che al tempo propizio al suo messaggio, che nessuno sa quale sia, e se mai ci sarà.

Lo scritto, proprio per il suo potere di dire volta per per volta il nuovo, non può tollerare confini.

Questo non significa che ogni interpretazione di un testo sia legittima, ma che una interpretazione che abbia fondamento, si, e cioè ogni interpretazione che si regga in piedi, perché il pensiero non anela ad altro che ad essere ripensato, e anche se fissato in caratteri eterni, a diventare altro da sé.

Il vivere un testo è accettazione, posizione e tradimento.

Il filosofo con sommo amore, in tutto questo, ha un ruolo tragico: onora e rende omaggio al logos, pur sapendo che la sua opera, si giustifica unicamente all'interno dell'appassionato gioco della ragione e delle determinazioni, del senso e delle cose.

Bello è onorare i maestri giocando al gioco che per primi e nel modo più esemplare ci hanno insegnato, ma facendolo non bisogna mai dimenticare che noi, e loro, a qualsiasi livello lo facciamo, giochiamo.

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Propositi di una ricerca a lungo termine

Questo blog si propone di essere un laboratorio filosofico. I testi pubblicati non sono mai da intendersi come la parola ultima dell'autore, ma un passo verso la comprensione e l'approfondimento. Ogni scritto è un tentativo del pensiero, di abbracciare l'assoluto, e in quanto tentativo, può essere superato.

Con la speranza di svolgere un discreto lavoro filosofico per se e i posteri, e con l'umile obiettivo di rendersi continuatore dell'idealismo italiano del '900, l'autore, se avrà modo e tempo per farlo, si propone di incontrare i seguenti pensatori: Giovanni Gentile, Julius Evola e Andrea Emo, e di lasciare per ognuno di essi, un piccolo lavoro o abbozzo, che sarà (si spera) ampliato e portato a compimento in pubblicazioni cartacee.

Già snodi essenziali per il proprio percorso filosofico, i tre filosofi citati, insieme a molti altri e a pochi viventi (Massimo Donà, Carlo Sini in primis), fanno parte del gruppo di individui a cui l'autore deve grati…

Citazioni dal breve saggio "La nascita dell'idealismo" di Giovanni Gentile

Citazioni da "La nascita dell'idealismo" - "Saggi Critici" di Giovanni Gentile

Pagina 4
"[...] questa è la natura dello spirito: di riversarsi perpetuamente fuori di sé, nell' o g g e t t o, destinato a diventare quindi parte di esso, ossia a trasformarsi in soggetto, per generare infine novella sete di estrinseca realtà."

Pagina 5
"Ora, lo spirito immortale nel suo infinito processo, né può mai esaurire la sua ingenita energia; sicché, chiusa una volta in sé la realtà con un'intuizione idealistica del mondo, torna tosto a riversarsi con la furia di una baccante nella esterna natura; e quivi aggira, dimentico di sé, e sforzandosi anzi di immedesimarsi e confondersi con essa natura, muta e pur viva."

Pagina 15
"La realtà da cui pare che ci si allontani, e in un certo senso infatti ci si allontana, col processo astrattivo del conoscere, è la realtà che si vede e che si tocca, la semplice realtà sensibile. Ma allontanandoci d…